Reggio Emilia è nota come la città del Tricolore, per via della bandiera nata qui nel 1797, e per la sua tradizione culturale e gastronomica. Molto meno conosciuto è un altro capitolo della sua storia: per pochi, intensi anni, la città fu una delle capitali dell'industria aeronautica italiana, capace non solo di costruire, ma di progettare in proprio alcuni dei migliori caccia impiegati dalla Regia Aeronautica nella Seconda Guerra Mondiale. Quel capitolo porta un nome: Officine Meccaniche Reggiane.
Dalle locomotive agli aerei
Le Reggiane nacquero come azienda meccanica e ferroviaria, dedita alla costruzione di locomotive, vagoni e materiale per le ferrovie. Il legame con l'aeronautica risale già alla Prima Guerra Mondiale, quando lo stabilimento produsse su commessa bombardieri Caproni. La svolta decisiva arrivò però alla fine del 1935, quando l'azienda entrò nell'orbita del gruppo industriale aeronautico Caproni, che vi istituì un reparto dedicato alla progettazione di aerei. Alla guida del settore caccia fu chiamato l'ingegnere Roberto Longhi, e fu sotto la sua direzione che presero forma i velivoli destinati a rendere celebre il nome Reggiane. Negli anni del massimo sviluppo, intorno al 1941, lo stabilimento arrivò a superare gli undicimila dipendenti, diventando una delle maggiori realtà industriali del Paese: una vera e propria fabbrica-città.
Il Re.2000 Falco
Il Re.2000 Falco fu il primo caccia interamente progettato a Reggio Emilia. Volò alla fine degli anni Trenta: un elegante monoplano interamente metallico, dotato di motore radiale, che nella linea ricordava da vicino i moderni caccia americani dell'epoca, in particolare il Seversky P-35, non a caso preso a riferimento dai progettisti. Era una macchina estremamente maneggevole e dotata di buona autonomia, ma presentava una caratteristica che ne frenò la carriera in patria: i serbatoi di carburante erano alloggiati interamente nelle ali, soluzione giudicata troppo vulnerabile dalla Regia Aeronautica, che ne ordinò pochi esemplari. Il Falco ebbe invece un notevole successo all'estero, dove fu esportato e prodotto su licenza in Ungheria e acquistato dalla Svezia. Una versione particolare, catapultabile, fu inoltre studiata per essere imbarcata sulle navi da battaglia della Regia Marina.
Il Re.2001 Falco II
L'evoluzione naturale del Falco fu il Re.2001 Falco II. La differenza principale stava nel motore: al radiale si sostituì un propulsore in linea, derivato su licenza dal tedesco Daimler-Benz DB 601, che conferì all'aereo prestazioni nettamente superiori e una linea più affilata. Costruito in poco più di duecento esemplari, il Re.2001 fu impiegato dalla Regia Aeronautica soprattutto nel Mediterraneo e nei durissimi combattimenti sul cielo di Malta, in una gamma di ruoli che andò dall'intercettazione al cacciabombardiere fino al caccia notturno. Fu, tra i caccia Reggiane, quello che conobbe il servizio operativo più intenso.
Il Re.2002 Ariete
Con il Re.2002 Ariete i progettisti tornarono al motore radiale, questa volta di costruzione Piaggio, concependo l'aereo soprattutto come cacciabombardiere. Entrato in produzione verso la fine del 1942, il Re.2002 fu impiegato nel 1943, in particolare nel contrastare gli sbarchi alleati in Sicilia e nel sud d'Italia. La sua carriera fu però limitata sia dai problemi di messa a punto del motore sia dalla difficile situazione bellica dell'Italia, che ostacolava ogni programma produttivo.
Il nodo dei motori
Per capire la storia dei caccia Reggiane, e più in generale di quelli italiani, occorre soffermarsi su un punto tecnico decisivo: il motore. L'industria nazionale produceva ottime cellule, cioè strutture aerodinamicamente valide e robuste, ma faticava a fornire propulsori di potenza adeguata. Finché i caccia montarono motori radiali italiani le prestazioni restarono modeste; il salto di qualità arrivò quando si iniziò a costruire su licenza i potenti motori in linea tedeschi Daimler-Benz. Non è un caso che i migliori caccia italiani della guerra, il Re.2005 compreso, condividessero proprio quel propulsore. La capacità progettuale, insomma, c'era da tempo: a mancare era stato a lungo il cuore della macchina.

Il Re.2005 Sagittario
Il capolavoro delle Reggiane fu l'ultimo della famiglia, il Re.2005 Sagittario. Spinto da un motore in linea derivato dal Daimler-Benz DB 605, anch'esso costruito su licenza in Italia, era un caccia dalla linea bellissima e potentemente armato, considerato dagli storici uno dei migliori velivoli da caccia italiani dell'intero conflitto. Insieme al Macchi C.205 Veltro e al Fiat G.55 Centauro formava la cosiddetta "serie 5", i tre caccia italiani di nuova generazione accomunati dallo stesso potente motore. Il Re.2005 fu però costruito soltanto in pochi esemplari: la progressiva distruzione dell'apparato industriale italiano e il precipitare degli eventi impedirono di sfruttarne appieno le qualità.
La fine e ciò che resta
Il destino delle Reggiane si compì in fretta. Dopo l'apice del 1941 la grande fabbrica divenne un bersaglio prioritario: il 7 e l'8 gennaio 1944 due bombardamenti alleati la rasero al suolo, ponendo di fatto fine alla produzione aeronautica. Al termine della guerra l'azienda abbandonò il settore degli aerei e tornò alle proprie radici meccaniche e ferroviarie. Oggi l'area in cui sorgevano gli stabilimenti è stata recuperata e trasformata nel Parco Innovazione, un polo dedicato alla ricerca e all'impresa: un luogo in cui, accanto al futuro, restano leggibili le tracce di una stagione in cui a Reggio Emilia si progettavano e si costruivano caccia tra i migliori del loro tempo.
